Nella mia ricerca ho preso il collage come linguaggio, come strada, dove comunicare senza una ortodossia figurativa, dove il momento di creare condivida anche il distruggere. La dualità tra creare e distruggere la materia, una dimensione dove affacciassi un caos calmo dove riflettere il senso puro. La mia persona e sua realtà inventata, sono insieme, con la sua visione di un mondo non definitiva, e le opere che realizzo sono l’esempi materializzato di questa sintomatologia. Concepiti come dimostrazioni vere e proprie, illustrazioni aneddotiche, metaforiche e antologiche delle relative conseguenze. La formulazione del linguaggio e la raccolta delle mie opere non è affatto importante, per me può essere importante mettere incontrasti con quello prodotto da un’altra ideologia. Le conseguenze invece sempre spaventosamente uguali. Il materiale riciclato porta già la propria storia è come una spezie di diario visuale, un richiamo poetico materiale, un “riorganizzare” rendere poetico e personale qualcosa di banale. Il a luglio di 1919, Kurt Schwiters, scriveva nel n.4 p. 61 da “Der Strum” : La pittura Merz, sono opere d’arte astratte. La parola Merz significa nella sua essenza l’assemblaggio di tutti materiali possibili e immaginabili per scopi artistici, e in senso tecnico l’uguale valorizzazione di principio dei singoli materiali percepibili all’occhio e di tutti gli utensibili necessari. Non ha importanza che i materiali impiegati siano già stati plasmati per qualche scopo o meno. La ruota della carrozzella, la rete metallica, lo spago e l’ovatta sono elementi equiparato al colore. L’artista crea scegliendo, ripartendo e deformando i materiali. La deformazione dei materiali può già prodursi grazie alla loro ripartizione sulle superficie del quadro. Essa è ulteriormente rafforzata da smembramento, piegatura, ricopertura o ridipittura. Nella pittura Merz il coperchio della cassa, la carta da gioco, il ritaglio di giornale diventano linea; la rete metallica, la ridipittura o la carta oliata appiccicata diventano verniciatura trasparente, l’ovatta diventa morbidezza. La pittura Merz mira all’espressione immediata abbreviando il camino che separa l’intuizione dell’atto di visualizzazione dell’opera d’arte. Queste parole per me sono di molto aiuto, sono molto chiare e posso dire che di questo spunto parte tua la mia ricerca. È la apologia del non finito, fusionare insieme l’arte e la vita, ansi direi il mio l’arte di vivere oggi, ora. Nel libro di Mario de Micheli, “Le avanguardie artistiche del Novecento” al finale dici: il gusto e la moda sono la negazione dell’avanguardia, oggi, vuol dire dunque qualcosa di profondamente diverso dalla riduzione della avanguardia in formule di comodo: vuol dire soprattutto potare a conclusione le sue reali istanze di libertà, al centro delle quali sta l’uomo col suo carico di sentimenti e il suo destino storico. La crisi nell’arte e il caos iconografico creato, per un flusso vertiginoso di informazione a livello mondiale hanno creato dei ibridi stilistici infiniti, tutti fatti di una continua scomposizione e ricomposizione, un collage culturale che come un’organismo d’autonomo ciclo tra ciclo, si autodistrugge per dopo rinascere contaminandosi di sua circostanti realtà attuale. In vari articoli trovati nel giornale “Domenica” uno (capolavori per procura e dispersi), insieme a un altro che avevo trovato una settimana prima in “R2 cultura” intitolato (se il museo è un luna park) mi faccio l’immagine di nostra cultura come parte attiva nel consumo globale e non come un campo onirico inesplorato dove l’artisti possono avventurassi leggere altri codici, aiutando così con gli altri, insieme, alla costruzioni della nostra visione aggiornata del mondo. Per me il ciclo vitale di nostra società (neo imperialista corporative globalizzata) entra in momento entropico. Conviene reciclarsi in se stesa, senza clonare più ibridi-contemporanei nati della produzione di oggetti industriale delle botteghe artistiche dei famosi artisti. Perché il sistema di consumo devi essere cancellato di nostra realtà sociali, entrare di nuovo nell’attivismo artistico come Rauschenberg, diceva “La mia sola intenzione è mettere a confronto la gente con la sua esistenza quotidiana. E di fargliela osservare da una visuale differente, come fosse la prima volta”. Picasso e Braque per potere uscire avanti nella sua ricerca personale, avevano fatto un viaggio antropologico alla radice de culture primitive, prendendo spunto per dopo matelizzarli nel Cubismo, il suo bisogno vitale di trascendere la dimensione nella pittura, gli fa usare, cercare nuovi materiali, creando un nuovo linguaggio percettivo Il consumatismo, fa uno sguardo critico sulla attualità usando elementi di uso quotidiano per raccontare una realtà privata, intima, personale, che vuole ironizzare su la nostra percezione del consumo. L’albero di natale non vuole essere bello ansi è brutto, caotico, casuali, parassita della forza che ha il simbolo iconografico che ha l’albero di natale, dietro una croce deformata, come la nostra percezione della religione ora, spezzata e deformata, la croce non è più un simbolo è più un coso che serve per allestire un ornamento, ma tutte due sono insieme l’albero e la croce. I materiali sono la spazzatura (rubbish 100%) che ho generato mentre sviluppavo l’idea ed in un sincronismo magico, messi con forza insieme. Schifezza luminosa, urlo che ti grida nell’orecchio, ti grafia l’occhi, ma non senti niente di quello?, perché? Forze siamo già insensibili per tanta stimolazione, che il sistema di consumo ci sottomette, nei mass media produce, come le galline di allevamento rapido, che non conoscono la notte e mangiano e mangiano per essere consumati in un mese, un paradosso con la nostra realtà inventata. Dopo la I Guerra Mondiale si ha lottato contro la fame, e la povertà, polli per tutti!. A terra mia si dici, “de lo che se come se cria”, di quello che manghi ti fai. Ora siamo fatti di tutti questi prodotti, che mangiamo. Forze lasciano più benefici economici, ma io mi chiedo si non viene ravvisato questo sistema de consumo.
Nella mia ricerca ho preso il collage come linguaggio, come strada, dove comunicare senza una ortodossia figurativa, dove il momento di creare condivida anche il distruggere. La dualità tra creare e distruggere la materia, una dimensione dove affacciassi un caos calmo dove riflettere il senso puro.
La mia persona e sua realtà inventata, sono insieme, con la sua visione di un mondo non definitiva, e le opere che realizzo sono l’esempi materializzato di questa sintomatologia. Concepiti come dimostrazioni vere e proprie, illustrazioni aneddotiche, metaforiche e antologiche delle relative conseguenze.
La formulazione del linguaggio e la raccolta delle mie opere non è affatto importante, per me può essere importante mettere incontrasti con quello prodotto da un’altra ideologia. Le conseguenze invece sempre spaventosamente uguali.
Il materiale riciclato porta già la propria storia è come una spezie di diario visuale, un richiamo poetico materiale, un “riorganizzare” rendere poetico e personale qualcosa di banale.
Il a luglio di 1919, Kurt Schwiters, scriveva nel n.4 p. 61 da “Der Strum” : La pittura Merz, sono opere d’arte astratte. La parola Merz significa nella sua essenza l’assemblaggio di tutti materiali possibili e immaginabili per scopi artistici, e in senso tecnico l’uguale valorizzazione di principio dei singoli materiali percepibili all’occhio e di tutti gli utensibili necessari. Non ha importanza che i materiali impiegati siano già stati plasmati per qualche scopo o meno. La ruota della carrozzella, la rete metallica, lo spago e l’ovatta sono elementi equiparato al colore. L’artista crea scegliendo, ripartendo e deformando i materiali.
La deformazione dei materiali può già prodursi grazie alla loro ripartizione sulle superficie del quadro. Essa è ulteriormente rafforzata da smembramento, piegatura, ricopertura o ridipittura. Nella pittura Merz il coperchio della cassa, la carta da gioco, il ritaglio di giornale diventano linea; la rete metallica, la ridipittura o la carta oliata appiccicata diventano verniciatura trasparente, l’ovatta diventa morbidezza.
La pittura Merz mira all’espressione immediata abbreviando il camino che separa l’intuizione dell’atto di visualizzazione dell’opera d’arte.
Queste parole per me sono di molto aiuto, sono molto chiare e posso dire che di questo spunto parte tua la mia ricerca. È la apologia del non finito, fusionare insieme l’arte e la vita, ansi direi il mio l’arte di vivere oggi, ora. Nel libro di Mario de Micheli, “Le avanguardie artistiche del Novecento” al finale dici: il gusto e la moda sono la negazione dell’avanguardia, oggi, vuol dire dunque qualcosa di profondamente diverso dalla riduzione della avanguardia in formule di comodo: vuol dire soprattutto potare a conclusione le sue reali istanze di libertà, al centro delle quali sta l’uomo col suo carico di sentimenti e il suo destino storico.
La crisi nell’arte e il caos iconografico creato, per un flusso vertiginoso di informazione a livello mondiale hanno creato dei ibridi stilistici infiniti, tutti fatti di una continua scomposizione e ricomposizione, un collage culturale che come un’organismo d’autonomo ciclo tra ciclo, si autodistrugge per dopo rinascere contaminandosi di sua circostanti realtà attuale. In vari articoli trovati nel giornale “Domenica” uno (capolavori per procura e dispersi), insieme a un altro che avevo trovato una settimana prima in “R2 cultura” intitolato (se il museo è un luna park) mi faccio l’immagine di nostra cultura come parte attiva nel consumo globale e non come un campo onirico inesplorato dove l’artisti possono avventurassi leggere altri codici, aiutando così con gli altri, insieme, alla costruzioni della nostra visione aggiornata del mondo.
Per me il ciclo vitale di nostra società (neo imperialista corporative globalizzata) entra in momento entropico. Conviene reciclarsi in se stesa, senza clonare più ibridi-contemporanei nati della produzione di oggetti industriale delle botteghe artistiche dei famosi artisti. Perché il sistema di consumo devi essere cancellato di nostra realtà sociali, entrare di nuovo nell’attivismo artistico come Rauschenberg, diceva “La mia sola intenzione è mettere a confronto la gente con la sua esistenza quotidiana. E di fargliela osservare da una visuale differente, come fosse la prima volta”.
Picasso e Braque per potere uscire avanti nella sua ricerca personale, avevano fatto un viaggio antropologico alla radice de culture primitive, prendendo spunto per dopo matelizzarli nel Cubismo, il suo bisogno vitale di trascendere la dimensione nella pittura, gli fa usare, cercare nuovi materiali, creando un nuovo linguaggio percettivo
Il consumatismo, fa uno sguardo critico sulla attualità usando elementi di uso quotidiano per raccontare una realtà privata, intima, personale, che vuole ironizzare su la nostra percezione del consumo. L’albero di natale non vuole essere bello ansi è brutto, caotico, casuali, parassita della forza che ha il simbolo iconografico che ha l’albero di natale, dietro una croce deformata, come la nostra percezione della religione ora, spezzata e deformata, la croce non è più un simbolo è più un coso che serve per allestire un ornamento, ma tutte due sono insieme l’albero e la croce. I materiali sono la spazzatura (rubbish 100%) che ho generato mentre sviluppavo l’idea ed in un sincronismo magico, messi con forza insieme. Schifezza luminosa, urlo che ti grida nell’orecchio, ti grafia l’occhi, ma non senti niente di quello?, perché? Forze siamo già insensibili per tanta stimolazione, che il sistema di consumo ci sottomette, nei mass media produce, come le galline di allevamento rapido, che non conoscono la notte e mangiano e mangiano per essere consumati in un mese, un paradosso con la nostra realtà inventata. Dopo la I Guerra Mondiale si ha lottato contro la fame, e la povertà, polli per tutti!.
A terra mia si dici, “de lo che se come se cria”, di quello che manghi ti fai. Ora siamo fatti di tutti questi prodotti, che mangiamo. Forze lasciano più benefici economici, ma io mi chiedo si non viene ravvisato questo sistema de consumo.